Un gioco e un passatempo di James Salter

Un gioco e un passatempoOscenamente puro“, così definisce il suo romanzo Un gioco e un passatempo il suo autore James Salter quando, appena uscito nel 1967, viene accolto dalla critica come una rivelazione. È il racconto erotico e amoroso insieme di una storia di intrecci – di corpi e in parte anche di anime – che l’autore descrive pur senza prendervi parte e in tal modo di conseguenza partecipandovi, con una sensualità trattenuta a stento, a sprazzi apertamente sbrigliata. Etichettare questo libro come romanzo meramente erotico è un peccato, un errore, una banalizzazione. C’è molto di più.

C’è l’esplorazione del desiderio e della passione e anche dei meandri dell’animo umano, maschile e femminile insieme, immerso nella campagna francese e tra le luci scintillanti di una Parigi che si offre nelle sue mille possibilità e sempre tuttavia perde il confronto con la meravigliosa atmosfera della provincia, più sapida, più soffusa, peccaminosa e ricca di pieghe.

Lo stile dello scrittore è la gemma più preziosa del romanzo: asciutto, quasi ellittico, pulito e netto da qualunque orpello che rischierebbe di renderlo fragile. Non ci sono incertezze né reticenze e anche quando la storia produce inevitabili viluppi si scioglie il nodo con l’ammissione candida di aver inventato per colmare le lacune e ciò non rende meno vero il racconto, non meno palpitante e vivo.

Il titolo prende a prestito un versetto del Corano e l’avvio della narrazione è talmente esile da non avere alcuna importanza alla luce degli sviluppi della storia. Un incontro casuale tra due uomini e un’amicizia non troppo intima determinano un secondo incontro, tra un americano e una francese, che scopriranno attraverso la prossimità dei loro corpo e la passione d’amore quanto l’intimità sia facile da realizzare, quanto soddisfacente, assoluta e pura.

Non sono però i protagonisti a raccontare le loro vicende, ma il terzo osservatore esterno che vi si abbandona, morso da gelosia e invidia, inappagabile e perciò più che mai vorace, di vedere, sapere, toccare, provare dentro di sé quel che gli altri vivono davanti ai suoi occhi o celandosi in camere d’albergo mai viste eppure ricostruite con la minuzia del filologo. È anche questa precisione a darci l’impressione di calarci nei panni di chi quella passione la vive sulla propria pelle, sul proprio corpo. Riportandone le inevitabili, brucianti, definitive ferite.

Un gioco e un passatempoJames Salter
Traduzione di Delfina Vezzoli
Collana Scrittori Contemporanei
BUR

Nelle terre estreme di Jon Krakauer

Vivere da soli, nella natura selvaggia, mescolandosi ad essa, tornando alle origini, lasciando la civiltà che è spesso negazione della natura. Questa è stata la scelta di Chris McCandless che nel 1992, dopo una laurea e l’abbandono del solito futuro americano fatto di specializzazioni, lavoro, famiglia, un’auto e un bella casa, lascia tutto, incluso se stesso, e ritrova la sua via. La racconta Jon Krakauer  e il suo libro Nelle terre estreme.

Conduce attraverso l’America, con un sorriso come sola merce di scambio e uno zaino in spalla che è già simbolo di libertà, quella via che sceglie per sé contro ogni imposizione, evitando qualunque guida. Il suo sarà un viaggio fatale eppure inevitabile, pieno di incontri che cambiano la vita e la rendono ricca e bella e che solo muoversi, vagare, oscillare in perenne movimento tra stanzialità temporanea e nomadismo rende più semplice incrociare lungo il proprio tragitto.

Vaga per due anni per le sconfinate terre americane fuggendo dai propri simili e traendone il solo temporaneo piacere che può dare una rapida condivisione, onde poi scoprire, al termine del proprio cammino, con il più tragico degli epiloghi, che la felicità è tale solo quando è condivisa. Lo scopriamo attraverso frasi tratte dai suoi libri preferiti, sottolineate, lettere e rilette, incise nel legno e nello spirito.

La sua è un’avventura che sfiora i confini dell’impossibile ma è tanto più reale quanto più assurda, immaginifica, estrema. Verrà ritrovato cadavere in Alaska, dove trascorre alcuni mesi resistendo a condizioni di vita durissima ma pura, incontaminata, davvero libera e solitaria. La parabola di Alex Supertramp, il nome che si dà per fuggire alle maglie e alle gabbie dell’identità burocratica, sarà luminosa come il tracciato di una stella cometa, destinato a svanire ma anche a lasciare di sé un ricordo che non è facile da cancellare, perché suscita pulsioni antiche, desideri che ci spaventano e insieme ci consumano, per soddisfare i quali probabilmente pochi di noi troveranno il coraggio immenso, spudorato, scandaloso che serve.

Dopo la lettura ci sentiamo un po’ più poveri e un po’ più ricchi, un po’ più consapevoli della bellezza e tristemente consci anche di aver costruito noi stessi le nostre gabbie, scambiandole per obiettivi desiderabili. Il libro è poi stato anche magnificamente trasformato in film da Sean Penn con Into the wild, dalle immagini potenti, dalla colonna sonora indimenticabile.

Nelle terre estremeJon Krakauer
Traduzione di L. Ferrari e S. Zung
Collana Exploits
Corbaccio

Il paese delle prugne verdi di Herta Muller

Il paese delle prugne verdiParlare di un libro che è reticente e nudo al tempo stesso è impresa assai complessa, specialmente quando racconta una storia che è quella personale e quella di un popolo intero, del proprio angolo interiore in cui custodire ciò che la paura minaccia e di un’epoca che a tutti ha imposto la medesima paura, non la medesima reazione.

È di Herta Müller che si parla parlando del suo libro più di quanto ciò non valga a proposito di altri autori e i loro libri. Il paese delle prugne verdi è la narrazione sussurrata e terribile, come una minaccia che non si è ancora sopita a distanza di tempo e spazio, di quello che la Romania ha vissuto e subito durante la dittatura di Nicolae Ceauşescu.

Il racconto è sincopato, segue le vie del ricordo che qualche volta sembra quasi censurarsi, ma in tal modo emerge più tagliente, doloroso, crudo di quanto non accada spesso a quel che si rammenta a distanza di tempo, al sicuro, quando è tutto finito. Non possono guarire le ferite dell’anima al pari di quelle del corpo e qualche volta si sceglie la morte perché preferibile alla schiavitù, al silenzio, al dolore e alla frustrazione dell’anima che non può e non deve esprimere se stessa, tacendo i propri moti o nascondendoli con grave rischio.

La sua è una prosa franca e poetica, estremamente concentrata, proprio come recita la motivazione che ha accompagnato l’attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura nel 2009 a questo libro potente, che coraggiosamente ha per primo pubblicato Keller con quell’aria artigianale delle sue edizioni, con le copertine realizzate a mano una ad una, con un’immagine applicata sul cartoncino.

Dopo il premio si sono affrettate le traduzioni e le pubblicazioni delle opere di questa scrittrice che ha dato voce al tormento di un popolo, ad una lotta tenace e sotterranea, destinata ad essere sconfitta più volte prima di raggiungere una speranza che sembra aver lasciato quei cieli plumbei sotto i quali si tessono le reti di paura che la Securitate impone a chiunque mostri di derogare dalla norma, di pensare, di sognare, di desiderare una vita diversa.

Il paese delle prugne verdiHerta Müller
Traduzione di Alessandra Henke
Keller editore