Vita da poeta. Incontro con Alessio Brandolini
Da più parti sentiamo ripetere la stessa solfa: di poesia non si vive, non è redditizia, non ci si può campare. E in effetti, pochi possono negare la triste realtà: la poesia non entra in classifica, non diventa (quasi) mai un bestseller, gli editori che ci investono sono sempre meno. Ma tra simili presagi e spazi ritagliati a forza, come vive oggi un poeta? La parola ad Alessio Brandolini.
Raccontaci il tuo percorso. Quando hai cominciato a scrivere, quando hai capito che non potevi più farne a meno?
La scrittura fa parte di una mia idea di vita “poetica”, o letteraria in senso più ampio, assieme ad altre cose: la lettura, la traduzione, i viaggi… Ho iniziato a scrivere a undici anni e vent’anni dopo una scelta di miei testi è stata pubblicata dalla rivista “Galleria”, all’epoca diretta da Leonardo Sciascia. Poi ho vinto la sezione inediti del “Premio Montale” con la silloge L’alba a piazza Navona, pubblicata nel 1992 nell’antologia 7 poeti del Premio Montale. Ma ho impiegato altri dieci anni per elaborare il primo libro di poesia: Divisori orientali che nel 2003 ha vinto il “Premio Alfonso Gatto – Opera Prima”. Quindi, tutto con lentezza e coi piedi di piombo fin dopo i quarant’anni. Con timore e il massimo rispetto per la poesia, mescolandola a esperienze di lavoro e di vita. Fino a giungere al sesto libro di poesia: Il fiume nel mare (2010, LietoColle, Finalista Premio Camaiore).
Alla scrittura poetica affianchi anche il lavoro di traduzione. Secondo te i poeti possono essere tradotti solo da altri poeti, un po’ come i filosofi? Parlaci anche della tua attività di scouting, che mi sembra molto importante.
Per tradurre bene occorrono due cose: l’umiltà e la pazienza. L’umiltà di entrare nel “laboratorio” dello scrittore e starsene lì buono a osservare, ascoltare, annusare… mettendo da parte il proprio mondo, la propria poesia, se si è poeti. E la pazienza. Non basta trovare la parola giusta: occorre il flusso, il ritmo, la metrica per far sì che la poesia risulti, alla fine del percorso di traduzione, fedele al testo originario, nella sua essenza, nel suo intimo e, allo stesso tempo, una poesia godibile nella nuova lingua. Occorre tornare sul testo dopo mesi: per rivederlo, migliorarlo, “accordarlo” affinché suoni nel modo giusto. Quando leggo poeti validi inediti in Italia faccio quel che posso per farli apprezzare nella patria di Dante. Così per l’argentino Jorge Boccanera, i venezuelani Eugenio Montejo e Igor Barreto…
Dirigi una rivista di poesia, Fili d’aquilone, e ricevi quindi materiale poetico di ogni tipo. Come selezioni chi o cosa pubblicare? Che suggerimenti daresti a un poeta che si affacci oggi nella realtà culturale ed editoriale italiana?
Ho avuto l’idea di “Fili d’aquilone” in Colombia. Dopo la lunga elaborazione di Divisori orientali ho pubblicato un libro dedicato a mio padre contadino: Poesie della terra (2004), tradotto in spagnolo da Martha Canfield. Lo stesso anno mi sono ritrovato in Colombia in un clima letterario impensabile a queste latitudini. Durante il Festival di poesia di Medellín ho letto i miei testi davanti a centinaia di persone attentissime. Lì la poesia è qualcosa di vivo, di quotidiano e questo mi ha cambiato. Ho deciso di studiare lo spagnolo, e dopo qualche anno ho iniziato a tradurlo; di fondare Fili d’aquilone e nel gennaio del 2006 ha preso vita questo progetto e presto uscirà il ventesimo numero; e nel 2007, da quel viaggio in Colombia, è nato il libro di poesia Mappe colombiane. Il mio modo di essere poeta non è legato, quindi, esclusivamente alla scrittura, ma passa attraverso la ricerca poetica, la traduzione e la pubblicazione di autori su “Fili d’aquilone”, che poi è anche un modo di reagire a un clima nazionale fortemente autoreferenziale.
Ogni poeta ha dentro di sé il proprio percorso. Ci sono poeti che sono distanti, per decenni, dalle grandi casi editrici e vengono poi “scoperti” (in realtà ci sono sempre stati) in vecchiaia. Penso al caso dello spagnolo Antonio Gamoneda. Che significa anche: disattenzione della critica letteraria, della ricerca universitaria, delle riviste di poesia. In questo clima un poeta schivo e lontano da centri di potere e caste editoriali faticherà non poco a farsi notare, ma non è detto che questo sia (per la sua poesia) un fatto negativo.
Alessio Brandolini è nato nel 1958, vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’alba a piazza Navona (in 7 poeti del Premio Montale, 1992), Divisori orientali (2002, Premio Alfonso Gatto – Opera prima), Poesie della terra (2004), Il male inconsapevole (2005), Mappe colombiane (2007), Tevere in fiamme 2008, Premio Sandro Penna) e Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio Camaiore). Traduce dallo spagnolo e coordina Fili d’aquilone, rivista web di “immagini, idee e Poesia”.
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