Parigino, classe 1949, Philippe Djian si è imposto come scrittore di culto fin dagli anni Ottanta con il fortunato 37°2 al mattino da cui è stato tratto l’altrettanto fortunato film Betty Blue. Autore prolifico molto amato in patria, Djian viene tuttavia riscoperto solo ora in Italia grazie a una raffinata casa editrice romana, Voland, già scuderia di talenti del calibro di Amélie Nothomb. I suoi libri verranno tradotti con cadenza annuale, per il momento sono editi l’ultima fatica, Imperdonabili (premio Jean Freustiè 2009), e l’ormai storico 37°2 le matin.
Dell’opera di Philippe Djian, recentemente ospite al Festival delle Letterature di Roma, parliamo con una persona che lo conosce molto da vicino: il suo traduttore Daniele Petruccioli.
Partiamo da una definizione molto in voga: Djian come “erede della beat generation”. La condividi o è un’etichetta un po’ limitante? Chi è secondo te Philippe Djian?
La condivido entro certi limiti. Djian è “erede della beat generation” anche perché è lui il primo a volerlo essere, nel senso che è uno scrittore dichiaratamente in polemica con un’idea della scrittura che dominava la scena letteraria francese negli anni ‘80 e considerava gli scrittori americani con un certo disprezzo. È vero però che, soprattutto visto da fuori del contesto francese, Philippe Djian è molto più di questo. In particolare il suo modo raffinatissimo di lavorare lo stile secondo me deve molto a Flaubert e – per ammissione stessa dell’autore – anche a Céline.
Secondo te come mai nonostante il successo commerciale di 37°2 al mattino e del relativo film questo testo è rimasto fuori catalogo per tanto tempo e molti altri suoi libri non sono mai stati tradotti?
Non ne ho idea. Forse non era il momento giusto per portarlo in Italia, forse il pubblico italiano identifica la De Agostini – la casa editrice che per prima ha pubblicato il romanzo in Italia, nella traduzione di Gaspare Bona – più con altri tipi di pubblicazioni che non il romanzo, forse semplicemente per caso. A volte ha molta importanza.
Dicci qualcosa anche su Imperdonabili.
È il romanzo del grande rientro di Djian con Gallimard ed è una vera e propria sfida, a se stesso e al lettore. La storia è rocambolesca e avvincente, come sempre in Djian, e la lingua sembra quasi improvvisata, mentre è il risultato di una ricerca minuziosissima, come sempre per questo scrittore, la cui particolarità è un lavoro accanito sulla naturalezza e sui ritmi del parlato.
Concludiamo con te Daniele, e con il tuo mestiere. Sul tuo profilo facebook alla voce interessi scrivi “teatro e traduzione, essenzialmente mimesi”. In che modo recitare e tradurre sono due facce della stessa medaglia, che forse si può chiamare “interpretare”?
Lo sono appunto nel senso della mimesi, che ha molto a che fare con l’interpretazione ma secondo me non è esattamente la stessa cosa. Sono da sempre interessato alle voci degli altri, al modo di relazionarcisi, di riprodurle, anche di nascondercisi. O di appropriarsene. Il teatro e la traduzione sono due luoghi privilegiati, secondo me, per sperimentare tutte queste possibilità.
signorinalewis