Il mondo secondo Garp di John Irving

Gli ingredienti del romanzo Il mondo secondo Garp di John Irving non sono tanti e sono tutti molto semplici: una madre sola, un bambino che cresce, si sposa, fa altri bambini, scrive dei libri. È la storia di una scrittrice e di uno scrittore. È la storia di racconti e libri. È la storia di persone che intrecciano le loro vite e scoprono qualcosa di sé che non sapevano ancora. È quello che si trova in tutti i romanzi, ma qui c’è di più.

C’è uno scoppiettante meccanismo compilativo che rende il libro un inesauribile puzzle di capitoli che, per ammissione dello stesso autore, avrebbero potuto ricomporsi in altre forme, seguendo una linea cronologica e tematica diversa, ridisponendo i racconti e le fasi di una vita e di un romanzo – che in qualche caso coincidono fondendosi tra loro – in modo che il risultato fosse sempre diverso. Eppure profondamente uguale. Non immobile però. Perché se c’è una caratteristica che del libro salta immediatamente all’occhio è la mobilità, inesausta.

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Storia di un quadro di Georges Perec

Storia di un quadro di Georges PerecSiamo a Pittsburgh, è il 1913. Per festeggiare i venticinque anni di regno dell’imperatore Guglielmo II, prima che si scateni la guerra in Europa, la comunità tedesca americana organizza una grande mostra. Al suo interno compare, inizialmente trascurata, l’esposizione della collezione di Hermann Raffke, self-made man che ha messo insieme una stupefacente raccolta di capolavori, tutti riprodotti minuziosamente all’interno di un quadro che lo ritrae nel suo “cabinet d’amateur”, che dà anche il titolo all’opera originale in francese. Diventa in italiano Storia di un quadro, firmato da Georges Perec. È una garanzia, ma è anche una minaccia alle fondamenta del concetto di scrittura e linguaggio.

Le enumerazioni, le descrizioni dettagliate fino al più piccolo e insignificante particolare, le possibilità combinatorie infinite che offre la lingua e l’inesausto divertimento che procura all’autore, e al lettore, il gioco delle parole sono tutte caratteristiche tipiche dell’opera di Perec. Chi è già avvezzo ai suoi libri ritroverà quel guizzo di complicità necessario a instaurare con l’opera una relazione di reciproca soddisfazione, mentre il lettore al primo contatto con Perec lo troverà a prima vista ostico, onde poi lasciarsene trasportare, accorgendosi che ad ogni passo tutto sembra vero e non lo è o quel che è inventato di sana pianta assume i tratti della verità in ragione della minuziosa specificazione di ogni dettaglio. E parlando di quadri è stupefacente come riusciamo quasi a vederli materializzarsi davanti ai nostri occhi, circostanziati come sono sulla pagina. Ma mai dipinti, in verità.

Al centro di tutto c’è un solo quadro che ne contiene cento. Ritrae appunto il collezionista che, in poltrona, ammira l’opera che ha messo insieme in anni di caccia per le aste di tutto il mondo. Tra di essi anche il quadro che noi da spettatori guardiamo, al pari del collezionista stesso dentro il quadro. Questo dà il via ad un gioco di specchi che all’interno di ciascun quadro riproduce dettagliatamente tutte le altre opere nella stanza, con dovizia di particolari ma con un unico elemento dissonante rispetto all’originale. Individuare la differenza tra l’una e l’altra riproduzione diventa l’accanita missione dei visitatori e dei critici d’arte che si occupano dell’opera, improvvisamente sotto tutti i riflettori.

Tutte le vicende del libro si sviluppano a partire da qui e trovano l’occasione di discutere sull’arte messa sotto scacco dal mercato e soprattutto di riaffermare la possibilità di sfuggire alla degradazione imposta dal tempo solo attraverso la memoria e la minuziosa registrazione di ogni dettaglio, con una forte carica ironica ma anche il gusto irrinunciabile per la classificazione e gli elenchi tipico di Perec. Il libro suscita nel lettore l’iniziale smarrimento, ma le pagine corrono così velocemente da rendere evidente che questo espediente non appesantisce affatto la lettura mentre il gusto per la descrizione diventa coinvolgente al pari di più movimentate vicende. Fino ad uno scioglimento finale davvero inatteso.

Storia di un quadroGeorges Perec
Traduzione di Sergio Pautasso
Skira

L’uomo che cammina di Jiro Taniguchi

La poesia non è solo quella in versi, spesso incomprensibili se non per brevi lampi di intuizione, impossibile da penetrare con la ragione, da sentire con l’anima, riconoscendo in sé sprazzi di luce che si riflettono sulla pagina. La poesia è nell’intenzione, prima che nello strumento prescelto per dirla o almeno mostrarla, ché dire non sempre si può. È anche nel tratto di un fumetto. Almeno in quelli di Jiro Taniguchi, riconosciuto maestro del disegno giapponese che ha illustrato e talvolta anche scritto alcune delle storie più belle, lievi e significative del panorama dei manga e del graphic novel. È così che forse potremmo definire L’uomo che cammina, un testo che il maestro ha illustrato ideandone anche il racconto.

È quanto recita anche la copertina dell’edizione italiana edita da Panini Comics, “Romanz a fumetti”. Raccoglie una serie di brevi storie apparse su Morning Party tra il 1990 e il 1991. La delicatezza del tratto si coglie subito sin dalla copertina, eccezionalmente a colori. Le tavole invece, incredibilmente dettagliate e suggestive, sono tutte in bianco e nero. E raccontano una storia semplice, fatta di impressioni fugaci, quotidiane, all’apparenza banali, ma intrise di poesia, quella poesia semplice alla portata di tutti noi, nelle nostre solite giornate, se solo non fossimo così terribilmente e costantemente di fretta.

L’uomo che cammina invece non ha fretta. È un signore tranquillo che attraversa la città e i suoi quartieri pieni di vicoletti, i sobborghi con i loro canali e i loro giardini, la campagna giapponese, si spinge fino al mare per restituirgli una conchiglia ritrovata dal suo cane, Neve, nel giardino sul retro della casa. L’uomo che cammina è senza nome ma ha una chiara identità. Guarda il mondo attraverso il filtro della lentezza, una modalità di vita.

Sullo sfondo altra gente s’affretta, i treni corrono e sferragliano, lui cammina, lento e pronto a cogliere la poesia di ogni piccolo dettaglio che si offre a tutti ma sfugge agli occhi di chi non si sofferma, concedendosi il piacere di una passeggiata sotto la pioggia, di una nuotata in una piscina scoperta deserta, di bighellonare per vicoli e parchi. Insieme al proprio cane oppure da solo, accompagnato dalla fiducia, eppure ogni volta colto da infantile stupore, che dietro l’angolo si cela una sorpresa, sotto un albero un tappeto di fiori e una storia lontana, per scoprire che osservare il mondo è un’esperienza da non perdere, neanche in nome della sovrana fretta che governa la nostra vita.

Assaporare questo piccolo gioiello è come ritrovare il tempo della lentezza e diventare lui, l’uomo che cammina, condividendone il gusto per le piccole cose. Chiuso il volume, ci vuole una passeggiata. A piedi, occhi bene aperti e sensi pronti.

L’uomo che camminaJiro Taniguchi
Panini Comics
Planet Manga

Traduzione di Laura Moretti e Ernesto Cellie
Adattamento e lettering di Monica Rossi
Edizione italiana a cura di Alessandra Marchionni