Siamo a Pittsburgh, è il 1913. Per festeggiare i venticinque anni di regno dell’imperatore Guglielmo II, prima che si scateni la guerra in Europa, la comunità tedesca americana organizza una grande mostra. Al suo interno compare, inizialmente trascurata, l’esposizione della collezione di Hermann Raffke, self-made man che ha messo insieme una stupefacente raccolta di capolavori, tutti riprodotti minuziosamente all’interno di un quadro che lo ritrae nel suo “cabinet d’amateur”, che dà anche il titolo all’opera originale in francese. Diventa in italiano Storia di un quadro, firmato da Georges Perec. È una garanzia, ma è anche una minaccia alle fondamenta del concetto di scrittura e linguaggio.
Le enumerazioni, le descrizioni dettagliate fino al più piccolo e insignificante particolare, le possibilità combinatorie infinite che offre la lingua e l’inesausto divertimento che procura all’autore, e al lettore, il gioco delle parole sono tutte caratteristiche tipiche dell’opera di Perec. Chi è già avvezzo ai suoi libri ritroverà quel guizzo di complicità necessario a instaurare con l’opera una relazione di reciproca soddisfazione, mentre il lettore al primo contatto con Perec lo troverà a prima vista ostico, onde poi lasciarsene trasportare, accorgendosi che ad ogni passo tutto sembra vero e non lo è o quel che è inventato di sana pianta assume i tratti della verità in ragione della minuziosa specificazione di ogni dettaglio. E parlando di quadri è stupefacente come riusciamo quasi a vederli materializzarsi davanti ai nostri occhi, circostanziati come sono sulla pagina. Ma mai dipinti, in verità.
Al centro di tutto c’è un solo quadro che ne contiene cento. Ritrae appunto il collezionista che, in poltrona, ammira l’opera che ha messo insieme in anni di caccia per le aste di tutto il mondo. Tra di essi anche il quadro che noi da spettatori guardiamo, al pari del collezionista stesso dentro il quadro. Questo dà il via ad un gioco di specchi che all’interno di ciascun quadro riproduce dettagliatamente tutte le altre opere nella stanza, con dovizia di particolari ma con un unico elemento dissonante rispetto all’originale. Individuare la differenza tra l’una e l’altra riproduzione diventa l’accanita missione dei visitatori e dei critici d’arte che si occupano dell’opera, improvvisamente sotto tutti i riflettori.
Tutte le vicende del libro si sviluppano a partire da qui e trovano l’occasione di discutere sull’arte messa sotto scacco dal mercato e soprattutto di riaffermare la possibilità di sfuggire alla degradazione imposta dal tempo solo attraverso la memoria e la minuziosa registrazione di ogni dettaglio, con una forte carica ironica ma anche il gusto irrinunciabile per la classificazione e gli elenchi tipico di Perec. Il libro suscita nel lettore l’iniziale smarrimento, ma le pagine corrono così velocemente da rendere evidente che questo espediente non appesantisce affatto la lettura mentre il gusto per la descrizione diventa coinvolgente al pari di più movimentate vicende. Fino ad uno scioglimento finale davvero inatteso.
Storia di un quadro – Georges Perec
Traduzione di Sergio Pautasso
Skira