Romanzi in tre righe di Félix Fénéon
Chiamarlo libro pare un’esagerazione vedendo di quante poche pagine sia costituito questo piccolo libretto edito da Adelphi e intitolato Romanzi in tre righe. L’autore è Félix Fénéon, uomo dalla vita straordinaria e dalle straordinarie capacità narrative, perché l’idea che un romanzo debba avere una certa sostanza non corrisponde necessariamente all’estensione fisica dell’opera. Anzi.
Di grande efficacia evocativa sono questi brevissimi romanzi che del romanzo conservano solo la potenza narrativa, scarnificandone al massimo la forma. Una riga per l’ambiente, una per la cronaca e l’ultima per l’epilogo, secondo la stringata quanto perfetta definizione che ne diede lo stesso autore. Si chiama “formula Fénéon”, oggi. Ed è un peccato che questo straordinario talento sia misconosciuto.
Basta leggere a caso un paio di questi micro racconti per comprendere quanto la descrizione di un fatticciuolo di ordine minore avvenuto in città o in periferia sia capace di evocare un’intera storia non detta, un turbine di emozioni che sorgono dalla scelta precisa, quasi chirurgica, dei termini da utilizzare. È necessario per conferire forza al racconto che non può contare sugli espedienti linguistici garantiti dallo spazio di una storia con un respiro maggiore.
Tuttavia non sono racconti dal fiato corto, come suggerisce la loro forma e l’ovvia limitazione da essa imposta al processo creativo. D’altronde è noto a tutti, anche in letteratura (vogliamo ricordarci di Leopardi e della sua siepe?), che l’ostacolo imposto alla vista scatena l’immaginazione. Qui l’immaginazione è tutta nel congegno artistico, dal momento che l’autore si attiene rigorosamente a fatti di cronaca per narrare una città, la stessa in cui viveva, che ha riservato allo scrittore le avventure da romanzo più bizzarre.
Fu funzionario ministeriale e poi imputato in un processo per un attentato dinamitardo di probabile matrice anarchica, ma fu anche direttore di riviste cruciali per il clima letterario e artistico del tempo (Revue Blanche per citarne una, la più significativa), mistificatore impenitente, fine narratore, conoscitore d’arte e artisti, centro culturale di un’epoca che vedeva cambiamenti epocali. Attorno a lui ruotarono personaggi del calibro di Apollinaire, Gide, Debussy, Proust, Jarry, Joyce, Renard. Tutti assenti in questi romanzi, perché si preferisce in essi la minuta popolazione che nella propria quotidianità nasconde storie da raccontare. Anche se per brevissime epifanie. Furono pubblicate sul Matin a partire dal 1906 in una rubrica che portava lo stesso nome del libro che ne raccoglie una selezione.
Sara Mostaccio
Romanzi in tre righe – Félix Fénéon
A cura di Matteo Codignola
Adelphi
“Edward Gorey (1925-2000) è stato uno dei grandi artisti che il Novecento non si è del tutto accorto di avere avuto” ci avverte subito la bandella di questo stravagante libricino. Stravagante era pure il suo autore, artista prolifico e pluritalentuoso: illustratore, disegnatore, regista, sceneggiatore, coreografo, Gorey scrisse, illustrò e curò personalmente più di sessanta libri. Nell’Arpa muta dà vita a un suo alter ego, Mr Earbrass, romanziere alle prese con le fatiche del suo ultimo libro intitolato – guarda caso – proprio L’arpa muta. Tradizione vuole che ogni anno, il 18 novembre, Earbrass inizi a lavorare a un nuovo testo. Per una volta lo seguiamo in quest’avventura: a partire dall’idea illuminante che fa nascere il titolo per attraversare le vie tortuose di una trama che prima decolla e poi stenta a risolversi, passando per il faticoso lavoro di riscrittura, revisione del testo e correzione delle bozze, concludendo con una (inconcludente) festa letteraria e finalmente l’avvistamento dell’opera edita nella vetrina di una libreria. Ogni stazione di questo percorso è deliziosamente illustrata dallo stesso Gorey in un insieme di parole e immagini che rendono L’arpa muta una piccola perla di autoironia, un must per ridere sui tic e le nevrosi degli scrittori.