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Frigyes Karinthy, Viaggio intorno al mio cranio, Bur

Viaggio intorno al mio cranioAssorto nei suoi pensieri mentre, come al solito, se ne sta seduto in un elegante caffè di Budapest, Frigyes Karinthy sente all’improvviso il rumore assordante di un treno. Nelle vicinanze però non c’è nessuna stazione: si tratta di un’allucinazione che viene direttamente dal centro del suo cervello. È il primo dei sintomi che trascineranno lo scrittore di specialista in specialista, da un camice bianco all’altro, in un’odissea che di volta in volta assumerà i tratti dell’assurdo, della burla, dell’incomprensibile, fino alla scoperta della verità: a Karinthy viene diagnosticato un tumore al cervello. È il 1936 e la neurochirurgia è una scienza appena nata ma alla quale egli decide senza titubanze di affidare la propria sorte. A questo punto comincia la parte più coinvolgente, impressionante e assurda del libro: il racconto dell’operazione, subita da sveglio. Si tratta di una testimonianza di prezioso valore scientifico nonché (nell’ottima traduzione di Andrea Rényi) di una pagina di alto valore letterario per la lucidità e l’ironia con cui l’autore racconta l’armeggiare dei dottori con la propria scatola cranica.

Karinthy, uno dei più importanti intellettuali ungheresi a cavallo tra Ottocento e Novecento, ci ha lasciato così una splendida discesa negli abissi della malattia e delle umane paure, oltre che una serie di brillanti descrizioni di quegli “scherzi del cervello” oggi studiati da psichiatri del calibro di Oliver Sacks, che firma l’introduzione. Morì l’anno successivo all’intervento, che si risolse con successo, in circostanze non del tutto chiare.

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Nel cemento. Conversazione con Mascia Di Marco

Nel cemento di Mascia Di MarcoLa provincia asfittica, il disincanto di una figlia sulle tracce della storia paterna, il volto dell’usura e del malcostume. L’esordio di Mascia Di Marco (Nel cemento, Fernandel editore, in libreria in questi giorni) attraverso una storia coinvolgente che alterna intimismo e denuncia ci porta dritto al cuore del malcostume italiano. Ne parliamo con l’autrice.

Mascia, anche se hai già pubblicato diversi racconti, Nel cemento è il tuo primo romanzo. Raccontaci il tuo percorso di autrice esordiente, dalla scrittura del libro alla ricerca dell’editore giusto fino a questi giorni immediatamente successivi alla pubblicazione.

La stesura di un romanzo d’esordio è un’esperienza unica: un percorso formativo necessario e a volte faticoso, dove per la prima volta si comprendono a fondo le difficoltà tecniche, stilistiche e narrative che compongono un libro. Con la casa editrice Fernandel avevo già collaborato in passato, ma in generale un editore è giusto quando crede nell’autore e nel suo lavoro, soprattutto se si tratta di un esordiente.

Nel tuo libro parli di usura. Era un tema scottante fino a qualche tempo fa, adesso invece sembra che non vada più “di moda” eppure, in realtà, il problema non è sopito. Da dove viene e come hai coltivato il tuo interesse per l’argomento?

I dati sul fenomeno dell’usura in Italia indicano le regioni del sud come quelle più a rischio. In particolare l’Abruzzo, che è una piccola regione ma fa parte di quelle dove il problema è più sentito, anche se sommerso. Capita che siano coinvolti anche enti di credito privati come alcune banche e finanziarie, che tutelano i loro interessi approfittando di un materiale legislativo secondo me scarso o confuso. L’interesse è nato da qui, anche se la mia rimane una storia legata alla finzione e all’amore per la narrativa.

A Vasto, dove vivi, sei direttrice artistica del festival “Book and wine”, una vivace rassegna eno-letteraria: facci un bilancio delle prime edizioni e qualche anticipazione sulla prossima.

Il “Book and Wine”, quest’anno alla seconda edizione, ha avuto un successo inaspettato di pubblico e critica, sicuramente anche complici la scelta di un luogo suggestivo come il Palazzo d’Avalos e quella di abbinare le presentazioni alle degustazioni di vini locali. Una delle idee per l’anno prossimo è quella di un piccolo premio con pubblicazione per i giovani autori locali, un lavoro che stiamo seguendo in questo periodo con il progetto di creatività giovanile curato dal comune di Vasto.

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Vita da poeta. Incontro con Alessio Brandolini

Da più parti sentiamo ripetere la stessa solfa: di poesia non si vive, non è redditizia, non ci si può campare. E in effetti, pochi possono negare la triste realtà: la poesia non entra in classifica, non diventa (quasi) mai un bestseller, gli editori che ci investono sono sempre meno. Ma tra simili presagi e spazi ritagliati a forza, come vive oggi un poeta? La parola ad Alessio Brandolini.

Raccontaci il tuo percorso. Quando hai cominciato a scrivere, quando hai capito che non potevi più farne a meno?

Brandolini - Il fiume nel mare La scrittura fa parte di una mia idea di vita “poetica”, o letteraria in senso più ampio, assieme ad altre cose: la lettura, la traduzione, i viaggi… Ho iniziato a scrivere a undici anni e vent’anni dopo una scelta di miei testi è stata pubblicata dalla rivista “Galleria”, all’epoca diretta da Leonardo Sciascia. Poi ho vinto la sezione inediti del “Premio Montale” con la silloge L’alba a piazza Navona, pubblicata nel 1992 nell’antologia 7 poeti del Premio Montale. Ma ho impiegato altri dieci anni per elaborare il primo libro di poesia: Divisori orientali che nel 2003 ha vinto il “Premio Alfonso Gatto – Opera Prima”. Quindi, tutto con lentezza e coi piedi di piombo fin dopo i quarant’anni. Con timore e il massimo rispetto per la poesia, mescolandola a esperienze di lavoro e di vita. Fino a giungere al sesto libro di poesia: Il fiume nel mare (2010, LietoColle, Finalista Premio Camaiore).

Alla scrittura poetica affianchi anche il lavoro di traduzione. Secondo te i poeti possono essere tradotti solo da altri poeti, un po’ come i filosofi? Parlaci anche della tua attività di scouting, che mi sembra molto importante.

Per tradurre bene occorrono due cose: l’umiltà e la pazienza. L’umiltà di entrare nel “laboratorio” dello scrittore e starsene lì buono a osservare, ascoltare, annusare… mettendo da parte il proprio mondo, la propria poesia, se si è poeti. E la pazienza. Non basta trovare la parola giusta: occorre il flusso, il ritmo, la metrica per far sì che la poesia risulti, alla fine del percorso di traduzione, fedele al testo originario, nella sua essenza, nel suo intimo e, allo stesso tempo, una poesia godibile nella nuova lingua. Occorre tornare sul testo dopo mesi: per rivederlo, migliorarlo, “accordarlo” affinché suoni nel modo giusto. Quando leggo poeti validi inediti in Italia faccio quel che posso per farli apprezzare nella patria di Dante. Così per l’argentino Jorge Boccanera, i venezuelani Eugenio Montejo e Igor Barreto…

Dirigi una rivista di poesia, Fili d’aquilone, e ricevi quindi materiale poetico di ogni tipo. Come selezioni chi o cosa pubblicare? Che suggerimenti daresti a un poeta che si affacci oggi nella realtà culturale ed editoriale italiana?

Ho avuto l’idea di “Fili d’aquilone” in Colombia. Dopo la lunga elaborazione di Divisori orientali ho pubblicato un libro dedicato a mio padre contadino: Poesie della terra (2004), tradotto in spagnolo da Martha Canfield. Lo stesso anno mi sono ritrovato in Colombia in un clima letterario impensabile a queste latitudini. Durante il Festival di poesia di Medellín ho letto i miei testi davanti a centinaia di persone attentissime. Lì la poesia è qualcosa di vivo, di quotidiano e questo mi ha cambiato. Ho deciso di studiare lo spagnolo, e dopo qualche anno ho iniziato a tradurlo; di fondare Fili d’aquilone e nel gennaio del 2006 ha preso vita questo progetto e presto uscirà il ventesimo numero; e nel 2007, da quel viaggio in Colombia, è nato il libro di poesia Mappe colombiane. Il mio modo di essere poeta non è legato, quindi, esclusivamente alla scrittura, ma passa attraverso la ricerca poetica, la traduzione e la pubblicazione di autori su “Fili d’aquilone”, che poi è anche un modo di reagire a un clima nazionale fortemente autoreferenziale.
Ogni poeta ha dentro di sé il proprio percorso. Ci sono poeti che sono distanti, per decenni, dalle grandi casi editrici e vengono poi “scoperti” (in realtà ci sono sempre stati) in vecchiaia. Penso al caso dello spagnolo Antonio Gamoneda. Che significa anche: disattenzione della critica letteraria, della ricerca universitaria, delle riviste di poesia. In questo clima un poeta schivo e lontano da centri di potere e caste editoriali faticherà non poco a farsi notare, ma non è detto che questo sia (per la sua poesia) un fatto negativo.

Alessio Brandolini è nato nel 1958, vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte poetiche: L’alba a piazza Navona (in 7 poeti del Premio Montale, 1992), Divisori orientali (2002, Premio Alfonso Gatto – Opera prima), Poesie della terra (2004), Il male inconsapevole (2005), Mappe colombiane (2007), Tevere in fiamme 2008, Premio Sandro Penna) e Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio Camaiore). Traduce dallo spagnolo e coordina Fili d’aquilone, rivista web di “immagini, idee e Poesia”.

www.alessiobrandolini.it

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