Il Dizionario delle cose perdute
Francesco Guccini, famoso cantautore italiano, è l’autore de “Il Dizionario delle cose perdute“, un libro che ha come scopo il ricordare una vita ed un passato totalmente cambiato, un tuffo nelle vicende e nelle tradizioni che costituivano l’anima della vecchia Italia.
Così ci ritroviamo a leggere dei giochi dei bambini molto diversi da quelli di oggi, giochi che potevano essere creati da loro stessi. Ci ricorda la mancanza di tante delle comodità che oggi troviamo in casa come il riscaldamento.
Ma il libro non vuole solo dare l’idea di un passato privo di agiatezza, bensì di un passato colmo di creatività e di innocenza nei confronti della vita. Un esempio è il racconto dello stupore che il cantante provò da bambino per la scoperta di un insetticida, il Flit, che ai suoi occhi sembrava essere una meraviglia o comunque qualcosa di totalmente nuovo e prodigioso. Leggendo il libro si viene catapultati in un epoca dove i bambini giocavano con cose semplici e giocavano da “bambini”; un epoca dove non c’era spazio per certi capricci o per certi vizi dato che la maggior parte delle persone avevano lo stesso abbigliamento per tutte le stagioni.
Di primo acchitto il libro può sembrare uno sfruttare i ricordi, la memoria collettiva di una certa generazione e un sentimento nostalgico con un fine prettamente commerciale. In realtà il cantautore nello scrivere non è mai scontato, anzi è quasi sorprendente per il modo in cui descrive le cose donandogli un aspetto poetico e gentile che non perde mai nello scorrere delle pagine di lettura. In effetti, Guccini non fa altro che confermare i suoi argomenti e le sue ricerche ritrovabili nelle stesse canzoni che scrive, piene di una ricerca del passato e degli elementi che sono la nostra storia. Il nostro caro “Dizionario”.
Il titolo è abbastanza evocativo da promettere quanto serve per prendere il libro in mano e poi non lasciarlo fino alla fine. Si chiama Di fama e di sventura ed è firmato da Federica Manzon. Un esordio molto intenso e assai diffuso sebbene a volte si perda un po’ troppo a lungo in ripetizioni un po’ ridondanti, per definire un carattere che è già perfettamente ed efficacemente tratteggiato nella prima parte del libro.