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Il Dizionario delle cose perdute

Francesco Guccini, famoso cantautore italiano, è l’autore de “Il Dizionario delle cose perdute“, un libro che ha come scopo il ricordare una vita ed un passato totalmente cambiato, un tuffo nelle vicende e nelle tradizioni che costituivano l’anima della vecchia Italia.

Così ci ritroviamo a leggere dei giochi dei bambini molto diversi da quelli di oggi, giochi che potevano essere creati da loro stessi. Ci ricorda la mancanza di tante delle comodità che oggi troviamo in casa come il riscaldamento.
Ma il libro non vuole solo dare l’idea di un passato privo di agiatezza, bensì di un passato colmo di creatività e di innocenza nei confronti della vita. Un esempio è il racconto dello stupore che il cantante provò da bambino per la scoperta di un insetticida, il Flit, che ai suoi occhi sembrava essere una meraviglia o comunque qualcosa di totalmente nuovo e prodigioso. Leggendo il libro si viene catapultati in un epoca dove i bambini giocavano con cose semplici e giocavano da “bambini”; un epoca dove non c’era spazio per certi capricci o per certi vizi dato che la maggior parte delle persone avevano lo stesso abbigliamento per tutte le stagioni.

Di primo acchitto il libro può sembrare uno sfruttare i ricordi, la memoria collettiva di una certa generazione e un sentimento nostalgico con un fine prettamente commerciale. In realtà il cantautore nello scrivere non è mai scontato, anzi è quasi sorprendente per il modo in cui descrive le cose donandogli un aspetto poetico e gentile che non perde mai nello scorrere delle pagine di lettura. In effetti, Guccini non fa altro che confermare i suoi argomenti e le sue ricerche ritrovabili nelle stesse canzoni che scrive, piene di una ricerca del passato e degli elementi che sono la nostra storia. Il nostro caro “Dizionario”.

Di fama e di sventura di Federica Manzon

Il titolo è abbastanza evocativo da promettere quanto serve per prendere il libro in mano e poi non lasciarlo fino alla fine. Si chiama Di fama e di sventura ed è firmato da Federica Manzon. Un esordio molto intenso e assai diffuso sebbene a volte si perda un po’ troppo a lungo in ripetizioni un po’ ridondanti, per definire un carattere che è già perfettamente ed efficacemente tratteggiato nella prima parte del libro.

Tommaso, nato sotto una cattiva stella nel giorno più caldo d’estate e nell’ora più calda, ma destinato a sovrastare il proprio destino in apparenza segnato, è il protagonista principale del racconto e si rimane invero un po’ delusi dall’assenza, che si fa presenza ma sempre defilata, di Vittoria, vera perla del libro. È la nonna, che dà inizio alla dinastia di cui si raccontano le gesta, tra ragazzine petulanti e poco accorte che sposano molluschi o amano fantasmi. È un fantasma il padre di Tommaso, assente sempre ma sempre presente. Sono molti i personaggi che di questo romanzo tracciano le linee degli accadimenti comparendo poco oppure mai.

La parte iniziale che riguarda più direttamente Vittoria, per esempio, ricorda addirittura il miglior Jorge Amado. Poi la storia segue troppo a lungo le traversie di una vita disillusa e ferocemente accanita contro quella che appare come la via tracciata dal fato per un’esistenza fragile che con i denti si aggrappa alla negazione dei sentimenti per non dovervi soccombere. Alla fine, però, sono proprio i sentimenti, quelli più puri anche quando negativi, a trasparire da ogni riga, come sospiri mai trattenuti.

È un libro costellato di tragedie piccole e grandi e quelle piccole, segrete, del cuore, non sono meno gravi di quelle che spazzano via ogni residuo di speranza in una possibilità di spezzare un vecchio incantesimo che sembrava sconfitto. È anche un libro pieno di saggezza, da quella popolare delle terre friulane che fanno da sfondo alle vicende, insieme al mare onnipresente e minaccioso, fino a quella che invece si conquista con le sofferenze personali, quotidiane e comuni a tutti noi.

Di fama e di sventuraFederica Manzon
Mondadori

Abito da sera di Yukio Mishima

È un Mishima insolito quello di Abito da sera, un inedito pubblicato da Mondadori e originariamente apparso a puntate su una rivista femminile giapponese tra il 1966 e il 1967. Diverso lo stile e diverso il tono rispetto ai testi più impegnati e impegnativi per i quali è noto lo scrittore che è considerato una della voci più interessanti del panorama della letteratura giapponese del Novecento.

Abito da sera di Yukio Mishima

Il paragone che si istituisce con la letteratura impegnata di Mishima ha condotto molti a considerare di serie B tutta la produzione leggera con cui l’autore non ha mancato né disdegnato di misurarsi ma sin dalle prime battute il libro rivela una potenza ironica che sorprende e al tempo stesso convince immediatamente il lettore più scettico. Le sottigliezze psicologiche che indaga sono le medesime del Mishima più noto, ma con un tono più sornione e irriverente e una ferocia velata appena dalla leggerezza della narrazione che procede per brevissimi capitoli, che verosimilmente riproducono la cadenza da feuilleton del romanzo.

Al centro della narrazione c’è un matrimonio combinato secondo le millenarie usanze giapponesi, eppure sorprendentemente riuscito, che rischia di naufragare per l’intromissione della suocera, un personaggio tanto più indimenticabile quanto più diventa insopportabile. Donna Tagikawa non è donna che si faccia mettere da parte da una nuora pur remissiva. Le vicende procedono in maniera piuttosto prevedibile perché tutta l’attenzione va riservata ai sottili processi di condizionamento che le relazioni tra suocera, nuora e figlio comportano. E a cui nessuno di noi può sfuggire.

Ma c’è un livello ulteriore che rappresenta il vero interesse del libro e porta il tocco inconfondibile dell’autore: dietro il racconto si cela una feroce critica dell’alta borghesia giapponese degli anni Sessanta che contamina le tradizioni secolari, pervicacemente difese, con assurdi quanto stridenti vezzi occidentali; si lascia sopraffare dal gusto di feste in abito da sera – proprio un abito da sera sarà al centro dello snodo centrale della storia – e dalla tendenza a infarcire il proprio linguaggio con termini presi a prestito dalla lingua inglese. Gli atteggiamenti dei personaggi nelle occasioni mondane scimmiottano moduli comportamentali estranei al mondo giapponese mentre il loro privato rimane fortemente intriso di sentimenti legati a concetti di onore che si rifanno ad un mondo che sembrano rifiutare.

Sara Mostaccio

Abito da seraYukio Mishima
A cura di Virgina Sica
Oscar Mondadori